Epatite C

Epatite C: un'epidemia silenziosa

Nei laboratori di ricerca sono stati sviluppati non solo nuovi farmaci che consentano una terapia senza interferone, ma anche altre promettenti molecole con meccanismi di azione complementari in grado di bloccare la replicazione del virus.


Farmaci che nel complesso causano meno effetti collaterali, rispetto all’interferone, al boceprevir e al telaprevir. L’FDA, l’Agenzia americana per i farmaci, ha approvato a fine 2013 l’impiego clinico di sofosbuvir, analogo nucleotidico a somministrazione orale in unica dose, in combinazione con ribavirina per il trattamento dell’infezione cronica da virus dell'epatite C nei pazienti adulti con infezione di genotipo 2 (12 settimane di cura) e 3 (24 settimane di cura). Associato a interferone peghiliato e ribavirina, il sofosbuvir poteva essere utilizzato anche nei pazienti infettati da virus di genotipo 1 e 4 (12 settimane). Sofosbuvir è stato il primo antivirale con azione diretta per l’epatite C che unisce una grande efficacia a pochi effetti collaterali.

La dose di ribavirina consigliata era di 1000 mg (5 compresse) per i pazienti di peso inferiore ai 75 kg e di 1.200 mg (6 compresse) per chi pesa più di 75 kg. Ad inizio 2014 il farmaco è stato approvato anche dall’Agenzia europea dei medicinali (EMA) e alla fine dello stesso anno anche da AIFA, l’Agenzia italiana del farmaco. L’Associazione americana per lo studio delle malattie del fegato (AASLD) all’inizio del 2014 raccomandò che, in previsione dell’uscita di altri nuovi farmaci efficaci per tutti i genotipi e da impiegare senza interferone, queste terapie non fossero da utilizzare nei pazienti con fibrosi lieve-moderata alla biopsia (F0 - F2). In questi casi potrebbe essere vantaggioso attendere farmaci ancor meglio tollerati ed efficaci.

A fine 2014 l’AIFA ha definito quali pazienti possono essere trattati con i nuovi farmaci per l'epatite C, suggerendo specifici criteri, limitati ai pazienti più gravi: 1 - pazienti con cirrosi in classe di Child A o B e/o con epatocarcinoma con risposta completa a terapie resettive chirurgiche o loco-regionali non candidabili a trapianto epatico nei quali la malattia epatica sia determinante per la prognosi; 2 - recidiva di epatite dopo trapianto di fegato con fibrosi METAVIR ≥2 (o corrispondente Ishack) o fibrosante colestatica; 3 - epatite cronica con gravi manifestazioni extra-epatiche HCV-correlate (sindrome crioglobulinemica con danno d'organo, sindromi linfoproliferative a cellule B); 4 - epatite cronica con fibrosi METAVIR ≥3 (o corrispondente Ishack); 5 - in lista per trapianto di fegato con cirrosi MELD <25 e/o con HCC all'interno dei criteri di Milano con la possibilità di una attesa in lista di almeno 2 mesi; 6 - epatite cronica dopo trapianto di organo solido (non fegato) o di midollo con fibrosi METAVIR ≥2 (o corrispondente Ishack). In base a questi criteri sono esclusi, all’epoca, dal trattamento a carico del SSN tutti i pazienti con fibrosi Metavir F0-F2 con l’eccezione di quelli appartenenti al criterio 3, cioè con manifestazioni extra-epatiche. Sofosbuvir, il primo ad entrare in commercio in Italia, si è dimostrato efficace sia in combinazione con interferone e ribavirina, sia - per alcune categorie di pazienti - in regimi senza interferone con altri nuovi inibitori delle proteasi: il simeprevir, ma anche ledipasvir e daclatasvir arrivati in commercio in Europa nel corso del 2014 e quindi anche in Italia. Già impiegata anche la combinazione composta da tre farmaci in una sola compressa ABT-450/ombitasvir più dasabuvir (altrimenti definita come ombitasvir/ paritaprenavir/ ritonavir e dasabuvir). La possibilità di utilizzare combinazioni di questi farmaci più moderni, senza l’aggiunta di interferone, ha aumentato parecchio le probabilità di guarigione e ha drasticamente ridotto la tossicità delle vecchie terapie con interferone e ribavirina, boceprevir o telaprevir; ha consentito di trattare efficacemente anche i genotipi più difficili ed i pazienti più gravemente compromessi, compresi quelli che non hanno risposto a regimi basati su interferone o che non lo hanno sopportato e, magari, non possono assumerlo per la presenza di malattie associate o di controindicazioni.

Farmaci così innovativi pongono però problemi economici importanti: infatti, questi medicinali sono molto costosi e i singoli stati possono escludere il rimborso per i casi non particolarmente gravi. Questi nuovi farmaci, disponibili negli Stati Uniti e in Europa ed ora in Italia, consentono di trattare, però, la gran parte dei pazienti con sempre maggior efficacia e minori effetti collaterali. Il costo di questi farmaci deve essere superato, considerando la gravità delle complicazione dell’infezione da virus C, da accordi fra aziende produttrici, enti regolatori e i governi dei paesi nei quali la malattia rappresenta un problema di salute pubblica.

Dr. Salvatore Ricca Rosellini

U.O. di Gastroenterologia, Ospedale di Forlì


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